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“Dacci oggi il nostro male quotidiano”.  

Mi sono sempre divertita a ritagliare le preghiere per poi rifarne delle versioni mie, come faceva mia cugina sarta con la stoffa mettendoci sopra il cartamodello di velina che trovava nel “Burda” e poi, col gessetto bianco o giallo, tratteggiava le linee da seguire con le forbici. 

Ricordo che volevo aiutarla  usando il gesso e lei mi ammoniva perentoriamente dandomi degli scappellotti “devi stare attentissima a tratteggiare, se sbagli a seguire il modello io poi lo taglio e quando si taglia non si può più tornare indietro”. Mi diceva che se sbagliavo a farla tagliare la stoffa andava  buttata e soldi per comprarne altra non ce n’era, ché bisognava aspettare un altro raccolto e si va all’inferno quando sprechi i frutti del duro lavoro. 

Io all’inferno, allora, ci sarei andata volentieri.  

Oggi no, non ci voglio andare. Ora vorrei prendere il mio gessetto e imbrattare tutti i muri, le case, i campi, i camini, tutti i cieli tratteggiando sagome a casaccio e sprecare, sprecarne di stoffa: a metri, a chilometri e far ritagliare da qualcun altro le mie sagome personali. 

Io non tratteggerò maglioni per l’inverno con i gomiti rinforzati e col collo alto per proteggersi dal freddo; non tratteggerò gonne nere a pieghe così buone per la messa ultima;  né pantaloni da lavoro. Io tratteggerò nuvole bianche e robuste come le spalle della gente che lavora i campi; alberi con germogli speciali che non si perdono se una gelata improvvisa e cattiva li avvolge; rami strabordanti di meli, peri, che incuranti delle nuvole minacciose cariche di grandine, stanno lì, ad aspettare con le fronde come braccia, inginocchiati al cospetto delle disgrazie possibili. 

Tanto non è che te la cavi perché vieni esaudito, no, te la cavi perché la buriana ha macinato la striscia a ridosso del tuo campo che non ha niente di peggiore rispetto al tuo, né di migliore, solo che quella volta è toccato a lui. 

A chi tocca tocca, fine. Non c’è una linea di merito e demerito nel destino. Se oltrepassi la linea sei fuori. 

Ma chi tratteggia le linee da seguire, mi domando io da una vita. Chi stabilisce  fino a che punto la lama deve arrischiare a spingersi? E i modelli da seguire chi ce li ha mandati? Il Padreterno? 

Chi è il Sarto, il responsabile della nostra figura terrena?

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Barbara vive a Padova
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