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Persona, Bergman 1965, non mi sconvolge nella misura in cui dovrebbe farlo.

Ullmann e Andersson partono da due punti - ovviamente ma altrettanto inevitabilmente - opposti per aderire a una 'innaturale' immedesimazione alla fine della pellicola. 

Non è poi altrettanto naturale parlare di fine film arrivati agli 80 minuti. 

Bergman non ci porta alla ribalta un processo filmico, né tanto meno psicologico, così inquietante. 

Anzi, direi che a tratti la sceneggiatura rasenta il grottesco, non ricercato. 

In campo abbiamo i due opposti - quindi matematicamente uno zero - che corrono veloci verso l'unione. 

Il mutismo e la verbosità indotta. 

+ o -, certo, ma anche - o +. 

Uguale. 

Non assistiamo a una catarsi, ma a un semplice, banale, esercizio di matematica. 

Elisabeth non parla più perché vuole smettere di recitare, di apparire e limitarsi a "essere". 

In realtà spera, più che per gli altri, di non perdere essa stessa la condizione di sé. 

"Ogni parola è menzogna", ma basterebbe domandarle: tu reciti, come puoi pretendere di "essere" in questa condizione?

Come fai a pensare di andare in scena, mese dopo mese, portando un personaggio "vero". 

Non dovrebbe certo smettere di parlare, casomai iniziare a smettere di recitare. 

Oltre ai copioni.

Ma non sarebbero bastati 80 minuti di film per affrontare il discorso dell'identità, meglio, dell'autenticità.

Le parole hanno un limite, ne consegue che i copioni, le sceneggiature, i libri, i film, hanno miliardi di "possibilità e ogni interpretazione è possibile. 

Almeno una è necessaria.

Le quinte in un teatro sono fondamentali. 

Tutti, quando salgono su un palcoscenico impazziscono con la scenografia, con le luci, (considerate parte integranti della prova) e dimenticano le quarte, le quinte e i fondali. 

Mi spiego, per chi non è salito su un palco dai camerini: è il fondo del teatro, la scatola entro cui si muove tutto, immaginate un pallone tra le vostre mani, immaginate di stare lanciandolo, ora toglietelo, guardate solo le vostre mani. 

Questo 'abbraccio' di un tondo che non c'è è il palcoscenico. 

A rendere possibile l'impensabile sono i fondali, controfondali, quarte, quinte - che altro non sono che tendaggi neri che destrutturano tempo, spazio e ogni altro elemento certo. 

Mi sono persa. 

L'attore è l'elemento d'interpretazione che presenta le maggiori incognite.

"Il teatro, inteso nella sua più pura espressione, è infatti un centro di rivelazione del mistero, tragico, drammatico, comico, al di là dell'apparenza umana. Ne abbiamo abbastanza di vedere tuttora questo pezzo di umanità grottesca agitarsi sotto la volta del palcoscenico in attesa di commuovere sé stessa. 

L'apparizione dell'elemento umano sulla scena rompe il mistero dell'al di là che deve regnare nel teatro, tempio di astrazione spirituale.

Lo spazio è l'aureola metafisica dell'ambiente. L'ambiente la proiezione spirituale delle azioni umane".

 

E.PRAMPOLINI - L'ATMOSFERA SCENICA FUTURISTA
Manifesto futurista
Scenosintesi - Scenoplastica - Scenodinamica - Spazioscenico polidimensionale - L'attore-spazio - Il teatro poliespressivo

 

Il fondale questo è. Quello che ti inchioda. 

Noi possiamo recitare qualunque parte... e vincere un sacco di premi, vincere e convincere.

Ma. 

Ma rimane una interpretazione, possibile. 

Tentare di evitarsi è pure una ipotesi di vita. 

Ci si può mentire, mettere in atto ogni misura - e contromisura - volta a depistarsi, parlare, leggere, interpretare. 

Si possono portare in scena centinaia di azioni esteriori utili a stare riparati. 

A tradirti, alla fine, è proprio questo tuo parlare inutile. 

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Barbara vive a Padova
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