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Andavamo a comprare la stoffa per farci i vestititi, partivamo la sera io e mia cugina con la 126 rossa che aveva comprato andando in fabbrica. 

Gli orli ai jeans si impennavano sulla stoffa irrequieta, come pelle che non vuol essere ricongiunta, come una ferita che non vuol essere rimarginata. Gli aghi Singer che lei conservava preziosamente dentro le scatolette di latta vuote che prima avevano contenuto caramelle poi diventavano la nostra santa barbara personale. La fascetta colorata degli aghi indicava quanto grossi erano, e quindi adatti a cucire certe stoffe, avevano anche loro un gambo che andava innestato nella macchina da cucire, come una protesi metallica, un arto meccanico che macinava metri di stoffa di ogni pesatura. 

Dovevi stare attento a quale ago usare per confezionare il tuo vestito. Se lo prendevi troppo sottile rischiavi di far saltare i punti e il risultato somigliava a un volto grinzoso di una donna che ha pianto troppo e le cui guance fanno delle piccole riprese, qui, proprio all’attaccatura della bocca. Se l’ago era troppo grosso portava con sé, ogni volta infilzava la stoffa, un po’ di tessuto strattonandolo.

Rovistavamo dentro alle ceste dove c’erano i pezzi di stoffa a peso. 

Non c’è spazio, nemmeno in un campo, per chi non sa stare in riga. Viene travolto, stravolto,  perché tempo per recuperare chi, magari per sbaglio, è uscito dal seminato non ce n’è. Quel raccolto è perso ed è un conto che fai quando vai a seminare, sai che non raccoglierai mai un fico secco dalle testate dove non sei riuscito ad andare diritto con la semina, sai che quello è un lembo di terra perso. Un pezzo di stoffa che nessuno userà e che mia cugina comprava perché non voleva nessuno.  

Le signorine dello spaccio erano tutte e due da sposare e stavano dietro al bancone con il metro di legno in mano, appoggiato a terra come un fucile in attesa di sparare. 

Per anni ho pensato che fossero loro due, la Tina e l’Albina, a ‘creare i modelli’ per tutti.   Vendevano la stoffa alla provincia intera e, se gli dicevi tutto ben bene, ti facevano dagli strofinacci per rovesciare la pasta alle tende della camera da letto. Consigliarono loro di mandarmi, quando fossi stata grandicella, a fare il corso di cucito che si teneva nella saletta parrocchiale dove andava l’omino del sindacato per le pensioni ogni sabato mattina e tu potevi portare le carte per fartele leggere e come per magia lui, che sapeva leggere e fare di conto, ti diceva se lo SCAU ti mandava in pensione o dovevi stare lì, ancora, a rumare terra come un pitton. 

Mi iscrissero molti anni dopo. Arrivò a casa un set composto da Squadra per Sarta SC-797, manco fosse un Boeing dell’aviazione, una scatolina ottagonale trasparente, con il coperchio tumulato da un cuscinello rosso, nato apposta per farsi inchiodare per tutta la sua esistenza, con i gessetti bianchi e gialli utili per tratteggiare i cartamodelli. Poi c’erano gli spilli con la capochietta colorata che mi piacevano tanto perché sembravano colori ‘armati’ e i fogli di velina per i cartamodelli. 

La mia carriera di aspirante sartina fu breve, difficoltosa e poco produttiva, quantomeno in ambito sartoriale. Messa davanti a un foglio bianco di velina a me non veniva proprio di appiccicarci sopra le sagome di essere umani: perché sprecare quella carta sottile così magica per una cosa che poi sarebbe finita addosso a noi? Per andare a lavorare i campi poi, o per andare in chiesa alla domenica mattina. Io no, infransi le regole del gioco e mi presi delle licenze ardite...volare. 

Quella carta velina era perfetta per andare in cielo, diventare aquilone. Quelli li facevamo una volta l’anno solo, a Pasqua, con i miei fratelli, quando arrivavano le uova di cioccolata e ci prendevamo le carte lucide in cui erano avvolti per poter fare gli aquiloni. Per la struttura usavamo delle bacchettine recuperate lungo i fossi, sugherate all’interno e quindi leggere, mettevamo assieme la croce destinata all’azzurro e poi la sigillavamo con quella carta colorata che aveva un difetto mortale: si tagliava. Bastava una piccola ferita e in meno di venti secondi le tue lenze buttate in cielo all’incontrario, iniziavano a imbarcare aria e a virare irriverenti, a seconda di come tirava il vento e manco se eri un centometrista ce la facevi a recuperare la caduta libera del tuo velivolo impazzito. 

E impazzendo, cadendo, somigliava agli uccelli che vedevo ammazzare, morti sparati.

Quando tira vento di garbin riesci solo a tirarti su il bavero del tabarro e dare la schiena al vento, facendoti frustare anche se innocente, ma la mia carta velina sartoriale era buona per volare! Anche se si slabbrava, il taglio non irrompeva subito e la ferita, in qualche modo, si rimarginava con l’aria e ritrovava un equilibrio diverso, non regolare ma in grado di volare lo stesso, alto quanto gli altri. 

Forse di più.

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